Arte in viaggio Sudamerica

La festa de la Virgen del Carmen a la Tirana.

Sono ferma alla stazione degli autobus di Iquique, in Cile, in attesa di raggiungere Arica, quando la mia attenzione è rapita da una piccola famigliola in attesa che sembra pronta più per un trasloco che per un viaggio. Sto per fare il biglietto per la mia corsa quando vedo arrivare altre famiglie, cariche all’inverosimile: cos’è, un trasloco di massa, un grande esodo?

A questo punto la mia curiosità è grande, mi avvicino ad una di queste famigliole per capire cosa li spinge a partire con un tale fardello al seguito. Sono diretti in un piccolo villaggio sperduto nel deserto di Tarapacà, La Tirana, un minuscolo paesino di appena 1000 anime che nei prossimi giorni ne conterrà 250mila, provenienti da ogni parte della nazione, in occasione di una festa che si trasformerà nel cuore pulsante del Cile. Inutile dirlo io ho già cambiato rotta.

La Tirana dista da Iquique circa 70 chilometri, che normalmente si percorrono in un’ora; in giornate come queste ne occorreranno almeno due perché entrare nel villaggio è quasi impossibile vista l’affluenza. Molte persone chiedono all’autista di  scendere molto prima, vogliono arrivarci a piedi, procedendo per una strada parallela che li porterà alla meta seguendo le croci, uniche pietre miliari lungo il percorso. In questi giorni tanti sono i pellegrini che scioglieranno il voto fatto a ‘Carmelita’.

Il villaggio non ha strutture di accoglienza, pertanto si dovranno arrangiare o in casa di qualche parente (i più fortunati) o nei dormitori per il pellegrino, o in un grande piazzale che si trasformerà in una sorta di campeggio; chi non trova posto lì si accontenterà di piantare la tenda dove capita…  in questi giorni il comfort non è importante, l’importante è esserci.

Una volta trovato il loro metro quadrato di spazio iniziano a disfare le valigie, ehm ehm, volevo dire i fardelli e finalmente capisco cosa contenevano gli enormi bagagli.

Abiti… costumi per l’esattezza, enormi, smisurati e non uno solo, ma una serie, tre o quattro vestiti a testa che sfoggeranno in questi giorni. Per una settimana sfileranno e danzeranno al ritmo dei tamburi nella piccola piazza di La Tirana circa 15.000 mila persone, divise in 200 congregazioni, per rendere omaggio alla Virgen del Carmen, patrona del Cile.

Danzeranno ininterrottamente per sette giorni ed esprimeranno il loro amore alla Virgen non solo attraverso i preziosi abiti ma anche attraverso complicate coreografie che necessitano di particolare destrezza e resistenza fisica. In questi giorni la piccola La Tirana è uno spettacolo pirotecnico di colori e di energia.

Tutto per ‘Carmelita’… I fedeli arrivano da ogni parte del Cile, del Perù e della Bolivia e non è un caso perché in origine la celebrazione era una ricorrenza andina legata al culto della Pachamama, la divinità della Madre Terra, ed era festeggiata dai contadini e dai minatori Aymara, boliviani e peruviani che lavoravano nelle miniere di rame e argento in questa zona del nord cileno che un tempo era territorio boliviano. Ma andiamo ancora più indietro nel tempo: arriva la spedizione spagnola guidata da Diego de Almagro, noto come conquistatore del Cile, e con essa storie e leggende tendenti ad imporre i miti cristiani: una di queste vuole che la principessa inca Ñusta Huillac  avesse osteggiato gli invasori con tutte le forze ed ogni tipo di violenza, tanto da aggiudicarsi il titolo di ‘Tirana’, ma un bel giorno si innamora di uno dei suoi prigionieri tanto da volerlo sposare. Inutile a dirsi quanto possa essersi adirato il popolo inca nel vedere l’integerrima Tirana fuorviata da uno straniero… a morte, dunque. Ma alla nuova religione cristiana, già a quei tempi grande stratega e attenta alle regole del social media marketing, la morte non bastava, ci voleva qualcosa di più forte: la principessa prima di morire si converte alla cristianità, questo le garantirà di poter stare con il suo amato in un aldilà eterno. Ecco come trasformare delle credenze e dei riti andini in una festa tutta cattolica, ‘tutta’ si fa per dire ovviamente: queste feste ci permettono di capire quanta creatività, inventiva ed estro i conquistati abbiano messo in pratica nel sincretizzare la propria cultura, nel tentativo di preservarla, con quella imposta dal conquistatore: la diablada, una delle sfilate più enigmatiche ballata qui in questi giorni ne è la prova, ma di questa danza parlerò nell’articolo a lei dedicato.

Che evoluzione ha preso nel tempo una ricorrenza celebrata da questi tre popoli?  La ‘guerra del pacifico’, che ha portato i cileni a sottrarre  questo pezzo di territorio alla Bolivia non ha cambiato nulla, i contenuti sono rimasti simili e tutti gli anni, il 16 luglio, Perù, Bolivia e Cile, omaggiano la Pachamama-Virgen.

Ed eccoli arrivare da ogni parte del paese per onorare la loro ‘Chinita’, così chiamano la loro protettrice.

Durante tutta la settimana che precede il grande giorno, nel santuario dedicato alla Virgen si succedono dalle quattro alle cinque messe in un giorno, ed è qui che i fedeli vengono a salutare ‘Carmelita’ prima di ogni desfile. All’inizio ho trovato molto strano vederli in chiesa con gli stessi costumi delle danze ed ho provato a chiederne il motivo ad alcuni di loro,  la risposta è stata semplice: si balla per ringraziare la Virgen ed il vestito è il primo dono, quanto più è ricco, colorato, e brillante, tanto prezioso sarà considerato il regalo.

L’interno del santuario è un’esplosione di colori, cantano al ritmo della musica suonata dal vivo dalle bande che in questi giorni accompagnano i bailarines. Qui si ritrovano tutti, e tutti, gitani, cileni, boliviani, peruviani, e relative ed infinite etnie,  pregano per una sola madre.

E dopo aver affidato alla madonna tutti i fardelli e tutte le ansie, certi del suo aiuto materiale e spirituale, si scende in piazza per dare vita ad uno dei momenti più forti della manifestazione, il desfile. Sono circa 200 le confederazioni di bailarines che in questi giorni invaderanno le vie della cittadina e tutto questo, pur nella sua sfrenatezza, avverrà con una certa ieraticità, adottando tutta una serie di rituali: il primo è la vestizione.

Ho voluto seguire una di queste società religiose per capire l’entità dell’impegno profuso in questa festa: il  gruppo Cullaguas del Carmen. Li ho incontrati presso l’abitazione del loro fondatore Carlos Delgado durante la vestizione. Sono le tre del pomeriggio e si stanno preparando per la sfilata, sono in tanti ma le loro azioni sono accompagnate da un silenzio mistico, rotto solo dall’eco dei tamburi che già stanno sfilando nella vicina piazza. Qualcuno sta lucidano la statua della Virgen che porteranno con loro durante la sfilata, ogni gruppo ne ha una, rigorosamente cinta con la bandiera cilena, e non per libera scelta ma per imposizione governativa, nessuna madonna può sfilare senza.

Per le donne abbigliarsi è molto più complesso,  sistemare i numerosi volants delle pesanti sottogonne è molto impegnativo, fra queste pieghe riporranno il fazzoletto e i guanti, che serviranno durante il ballo, in modo che non si sporchino… tutto deve essere ‘immacolato’ in onore di ‘Carmelita’.dettaglio delle sottovesti a volant in cui le donne posizionano, per mantenerne il candore, il fazzoletto ed i guanti che useranno durante la sfilataLe camice sono bianche e profumano di bucato fresco, ma la cosa che più mi ha colpito, oltre alla compostezza e al riguardo profuso, è che spesso sono gli uomini ad aiutare le donne nella vestizione e non sono meno capaci e attenti, anzi sembrano riporre una certa sacralità nei loro gesti. 

la parte più difficile e complessa è senza dubbio intrecciare i capelli con i nastri in due lunghe trecce e legare alle loro estremità le scintillanti decorazioni.

Sembra tutto pronto, ma prima di partire i Cullaguas del Carmen vogliono dare ospitalità ad un altro gruppo, sono i Tata Jachura, vengono a rendere omaggio in occasione dei loro 30 anni di attività e vogliono farlo con i Cullaguas che negli anni sono stati i loro padrini. Arrivano da lontano, man mano che si avvicinano sento i loro canti divenire sempre più presenti e carichi di commozione, si inginocchiano ai piedi della madonna e a quel punto sembra che tutto il villaggio si sia zittito per dare voce a quello che non è solo un canto ma una vera e propria preghiera.

Segue uno scambio di doni e riconoscimenti al reciproco impegno delle rispettive società religiose nel tenere vive le tradizioni attraverso le danze…  ed è arrivato il momento, i Cullaguas si preparano alla loro sfilata. Vengono preceduti dalla banda, un gruppo di musicisti che viene assoldato in occasione della festa. Non c’è bisogno di fare alcun calcolo per capire il volume dei decibel raggiunto, basti pensare che in questi giorni nella piccola cittadina ci sono circa 200 bande tante quante sono le associazioni di bailarines… e suonano contemporaneamente in ogni angolo del villaggio.

E’ il 15 sera, domani è il grande giorno dedicato alla Virgen, per tutta la sera la cittadina sarà pervasa da un misticismo che ha una doppia anima, da una parte pellegrini chiusi in preghiera in rigoroso silenzio, sono i devoti, raccolti nel piccolo tempio del ‘calvario’, che rivolgono le loro suppliche alla madonna

mentre in piazza i ballerini  si preparano a danzare fino a notte fonda.

All’alba del 16 luglio la piazza antistante il santuario è gremita, tutte le 250 mila persone presenti in questi giorni a La Tirana ora sono qui raccolti in contemplazione religiosa e attendono lei, la Virgen. E lei discende dall’alto, come si addice ad una figura celestiale che si è materializzata per accogliere sotto il suo abbraccio materno tutti i suoi figli, ma come fare per allungare le braccia fino a contenerli tutti… una quantità innumerevole di nastri viene lanciata verso i pellegrini che li dipaneranno fino a coprire tutta la piazza creando una sorta di capanna virtuale, e qui sotto si sentono accolti, protetti, amati, fratelli.

A questo punto accade qualcosa che non so spiegare perché ha coinvolto anche me, i devoti cantano e pregano come posseduti da una sorta di estasi, io ho sentito un’energia così forte che pervadeva ogni cellula del mio essere. Ho provato a raccogliere qualche immagine ma so per certo che non sarà facile trasmettere quello che ho provato in quei momenti.

Non sono cattolica e ancor meno credente, ho vissuto il momento non dal punto di vista religioso ma mistico, non avevo scelta: o guardavo assente e distante o mi abbandonavo  a questa forza. Ed ho capito cosa spinge 250mila persone da ogni parte della nazione ad invadere un minuscolo villaggio incastonato nel deserto, a dormire per una settimana a terra in una tenda se è il caso, per rendere omaggio alla ‘Reina del Tamarugal’, e non credo sia la fede, sebbene così sia più semplice chiamarla, credo piuttosto che sia questa forte spiritualità, o misticismo, che io semplicemente chiamo energia, che ti dà la coscienza di essere parte di un tutto, un tutto talmente forte che niente e nessuno potrà mai distruggere.

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