Come ho incontrato los diablos a la Tirana, in Cile, durante i festeggiamenti della Virgen del Carmen

Sette giorni ininterrotti di festa per omaggiare la Virgen del Carmen a cui ho dedicato un articolo a parte, una celebrazione che vede arrivare, ogni anno, pellegrini da tutto il Cile. 250.000 visitatori di cui 15.000 fra danzatori e musicisti, trasformeranno questo piccolo villaggio di appena 1000 abitanti nel cuore pulsante del paese. A far danzare la nazione saranno i bailarines che sfileranno con le loro danze sui ritmi incessanti dei tamburi.Tante sono le danze che si succederanno lungo le vie del villaggio, ognuna di questa ha colori e foggia d’abito diversi, e tutte affondano lontano nel tempo le loro origini  che sono di difficile lettura per l’enorme commistione di leggende e mitologia della cultura spagnola ai cerimoniali rituali risalenti all’epoca pre-incaica.

Fra le tante danze che in questa settimana sfileranno, quella di indiscussa suggestione è sicuramente la Diablada: ballerini in costume con grandi e mostruose maschere dalla foggia zoomorfa, corredate da lunghe corna, eseguono un ballo  che è il risultato di un lungo processo di sincretismo religioso ed interculturale.

Per le origini quasi tutti concordano sul fatto che la ‘diablada’  sia nata nella città miniera di Oruro in Bolivia e sia poi arrivata a la Tirana nel 1952, quando la ‘diablada ferroviaria de Oruro’ fu invitata alla festa de ‘la Virgen del Carmen’. Fu così che nacque la prima ‘Diablada dei servi di Maria’ e da lì le tante altre organizzazioni che oggi sfilano qui a la Tirana.  Ma per quanto riguarda il periodo esatto della sua nascita e i miti che dietro questa danza si celano, gli antropologi si stanno ancora arrovellando perché sono molteplici. Ne cito solo alcuni, quelli di più facile lettura. Una prima teoria suggerisce che derivano da una danza rituale degli indigeni boliviani Uros del I secolo DC chiamata Llama Llama. Un’altra afferma che deriverebbe dalle danze rituali degli Aymara in onore di Pachamama, la grande divinità della Terra. Si balla e si sfila  per omaggiare il male, il dio andino Supay, una divinità ombrosa, il dio della Miniera.

Secondo questa interpretazione alcuni  personaggi che danzano insieme ai diavoli,  rospi, condor, e lucertole, sarebbero  eredi della ricca mitologia dei popoli Uru-Chipaya e Aymara che li venerava come divinità.

Altri la vogliono nata nel diciottesimo secolo, quando i minatori di Oruro scelsero la Virgen de la Candelaria come Madre protettrice dei lavoratori: temendo di provocare l’ira del Tio della miniera, essere soprannaturale, considerato proprietario dei metalli che può fornire ricchezze o morte all’interno della miniera, decisero di danzare come diavoli e le loro maschere con le orbite degli occhi enormi e strabuzzanti sono quelle dei rettili, rane, serpenti, e altri frequentatori del mondo sotterraneo.

diablos rappresentati con i bulbi oculari strabuzzanti

maschera diablo rappresentata con anfibi e rettili

L’influenza della cultura spagnola ed in modo particolare delle danze catalane quattrocentesche, dette Ball de diables, ha portato a sincretizzare il dio andino Supay con il diavolo della mitologia cristiana e questo ha aiutato i cattolici ad accettarla come festa religiosa, e a definire la diablada come la lotta fra il bene e il male in cui, ovviamente, ça va sans dire, il bene vince sul male con la indubbia vittoria dell’arcangelo Michele, simbolo della giustizia divina, sul diavolo e sua moglie China Supay, personificazione della tentazione e della lussuria.

Arcangelo Michele, rappresentato con elmetto romano, scudo e spada.

China Supay, personificazione della tentazione e della lussuria

Il diavolo è visto dalla cultura popolare come portatore di ricchezza materiale e pertanto il suo mantello è interamente ricamato a mano, punto per punto, con fili dorati con l’effigie del volto di Cristo. Per realizzarlo occorrono circa cinque mesi di lavoro

La maschera è di latta è realizzata da artigiani che si tramandano di generazione in generazione le fogge e le tecniche ed ha un peso che può variare dai 2 ai 4 chili. Gli uomini che indossano l’abito dei diablos devono avere una  prestanza fisica non indifferente, danzano nelle ore più calde della giornata seguendo coreografie che prevedono salti e piroette: ma c’è un’entità superiore che gli dà forza ed è a lei che ci si rivolge prima della sfilata, a lei è dedicato tutto il lavoro svolto nei mesi precedenti, alla Madonna.

I bailarines si danno appuntamento al punto di raccolta e da qui procedono, senza la maschera, verso la Virgen, si inginocchiano in segno di rispetto e iniziano a cantare per lei il saluto. Dopo aver ringraziato ed ottenuto la benedizione della regina del Tamarugal può aver inizio la sfilata: indossano le loro pesanti maschere e si dirigono in marcia verso la piazza da dove inizierà la danza vera e propria. La sfilata è codificata ed è affidata ad una serie di personaggi che assumono ruoli e posizioni diverse durante l’esecuzione. Il Caporal, riconoscibile dal fischietto, è una sorta di direttore d’orchestra, lui ha insegnato i passi durante l’anno ed ora scandisce il ritmo delle sequenze e lo spostamento nello spazio.

Precedono il gruppo due angeli, spesso rappresentati da due bambine o giovani ragazze in abito bianco o in alcuni casi dall’arcangelo Michele riconoscibile dall’elmetto, lo scudo, la spada e da una maschera di gesso, tipici segni appartenenti all’iconografia classica di stampo cattolico. Spesso l’ensemble ha anche qualche solista: il condor, simbolo andino per eccellenza, l’orso che rappresenta la forza, il re Moreno, trasposizione iconografica delle leggende islamiche introdotte dagli spagnoli, e tutta una serie di personaggi che i cileni hanno importato dalla Bolivia, madre della festa.

La differenza fra l’interpretazione cattolica e quella preispanica sta nel fatto che gli indios non vedevano alcuna differenza fra il bene il male ma una chiara, indiscutibile e paradossalmente pacifica, convivenza. Quello che portavano in festa era una visione del mondo, molto vicina ai principi delle religioni orientali, che vede bene e male come parte di un tutto unico, e quello che io amo, da anticattolica, è il fatto che dopo secoli di evangelizzazione, qui in sudamerica, la gente pur venerando la Virgen, lo fa ancora attraverso simboli e miti che non escludono la presenza amichevole del cosiddetto male.

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