Sudamerica Viaggi Senza Tempo

L’Amazzonia è di scena, il dietro le quinte.

Dal porto di  Nanay Bellavista partono le crociere fluviali che si addentrano nella foresta amazzonica. Tutte promettono incontri formidabili con animali esotici, comunità indigene, e mirabolanti avventure nel cuore della selva: posso incontrare il delfino rosa, le anaconde,  la notte andare in giro a caccia di alligatori, di giorno pescare pirañas, incontrare gli indios – quelli veri dice la mia guida, i nativi- ma soprattutto godere del meraviglioso ecosistema incontaminato della foresta pluviare. Posso inoltre scegliere di partire su grandi battelli per delle vere e proprie spedizioni oppure a bordo di lance che in un paio d’ore mi portano nei più vicini lodge, dove posso soggiornare, e da lì con una guida fare delle passeggiate nel cuore della selva… parto.

Io ho scelto la seconda ipotesi di viaggio ed eccomi a bordo di una lancia che in un paio d’ore mi porterà nel cuore verde del nostro pianeta. Lo trovo emozionante, dalla finestra, ehm, insomma da quella che sembra una finestra vedo scorrere davanti a me un nuovo mondo, un mondo sull’acqua.

E’ mattino presto e il lento fluire del fiume è scandito dal ritmo lento dei pescatori che ritirano le loro reti. E’ come stare in un’altra dimensione, niente clacson, niente rumori, se non quello dei piccoli motori delle lance che solcano le acque placide. E’ meraviglioso pensare di essersi lasciato alle spalle un mondo inquinato da questo mostro chiamato uomo o denaro o potere, fate voi, per approdare in un’altro in cui è la natura incontaminata a dettare le sue leggi… ops! mi stavo abbandonando a questi romantici pensieri da turista-esploratore, avete presente quelli conviti di essere i primi a scoprire il mondo, quando mi vedo arrivare lei…

Sono avvilita e ancor di più quando la mia guida mi spiega che lungo il fiume non si incontrano solo chiatte che trasportano il greggio ma ci sono anche delle raffinerie di petrolio… ed io che credevo che qui avrei trovato l’unico territorio incontaminato della terra… che ingenua. Vabbè continuo il mio viaggio del resto ancora altre meraviglie mi attendono, vedrò i macachi, i bradipo, il delfino rosa, e tante altre cose esotiche.

Ci addentriamo attraverso gli innumerevoli rami degli affluenti del Rio delle Amazzoni ed eccomi nel cuore della foresta pluviale, il letto del fiume sembra molto basso rispetto ai minuscoli villaggi che vi si affacciano tanto che gli indigeni usano delle lunghe scale per raggiungerlo, questo è dovuto al fatto che durante l’anno le piene sono talmente imponenti da inondaree non solo il letto ma anche i piccoli ‘pueblo’ costringendo le comunità a costruire le loro abitazioni su alte palafitte in legno.

Navigando capisco il valore del fiume per la gente del posto. I villaggi più piccoli non hanno elettricità e quindi non hanno la possibilità di avere acqua corrente, pertanto tutte le attività che la richiedono si svolgono in riva al fiume, lavarsi, lavare i piatti, lavare i panni, diventano momenti per socializzare. 

Inoltre il clima è talmente torrido che stare in acqua mentre si svolgono le faccende quotidiane è un sollievo al quale difficilmente gli indios rinuncerebbero. Per non parlare del fatto che l’unico modo per incontrare i vicini è sempre lui il fiume, è da qui che passano tutte le canoe dirette al villaggio per gli scambi alimentari. Lasciati i mie pochi bagagli al Lodge che mi ospiterà nei prossimi giorni, inizio le mie passeggiate che dal fiume mi porteranno ad inoltrarmi nella foresta, finalmente incontrerò qualche comunità indigena, i ‘nativi’ … mumble, mumble, ma non siamo tutti nativi di qualche posto? Boh, non so comunque sono emozionata.

E’ stato facile raggiungere la comunità, troppo facile, è bastato navigare un breve tratto di fiume e poi percorrere un’altrettanto breve tratto di selva per raggiungere uno strano villaggio apparentemente deserto, ma è bastato poco per attirare la nostra attenzione e puff come per magia ecco arrivare gli abitanti del similvillaggio, qualcuno di loro si apparta con la guida come chi deve organizzare un evento e chiede all’impresario quali numeri presentare agli spettatori, altri si appartano sotto le capanne  per indossare copricapo di paglia intrecciata, cosa questa che fa molto indios devo dire, e altri per rifarsi il trucco.

Sono già stata in Amazzonia, l’Amazzonia brasiliana, e il rituale è sempre lo stesso, questi ‘nativi’, hanno scoperto che si può ricavare un discreto gruzzoletto vendendo ai turisti uno spettacolo preparato ad arte: si vestono indossando quello che è lo stereotipo dell’indios, ovvero copricapi di paglia intrecciata e gonnellini di rafia naturale, si truccano il viso con qualche segno dal sapore tribale e inizia la messa in scena:i turisti vengono fatti accomodare all’interno di una grande tenda e invitati a partecipare ad uno pseudo rito che spacciano come danza di benvenuto, poi ti tracciano dei segni senza alcun senso sul volto con l’annatto un colorante estratto dai frutti della pianta Bixa Orellana, un pigmento usato dagli indigeni della foresta per proteggersi dal sole e dagli insetti… moooolto indios, una goduria per il turistocellularepiteco che armato di smart phone si mette in posa a fianco dell’indianino per immortalare il momento topico. Lo spettacolo ha una sua evoluzione, tutti gli ospiti impareranno con una sola lezione a tirare con l’arco e vi assicuro che è davvero divertente veder volare via le frecce e l’indianino obeso che corre a riprenderle per tornare madido di sudore per la fatica, per fortuna tutto questo ha un limite perché il climax dello spettacolo ha il suo punto massimo quando ai turisti vengono presentati gli articoli di artigianato da loro prodotti: mini arco e frecce, cappelli piumati e mascheroni.

Non posso indignarmi con i locali, l’uomo da sempre ha messo in opera tutta la sua creatività per procurarsi da mangiare ed è lodevole quando ci riesce, io trovo penosa tutta la performance. Ma non sarebbe meno patetico visitare le loro baracche di manufatti, comprare quello che ti piace e grazie, tu ritorni a passeggiare nella tua foresta e lui nella sua. Ma perché noi turisti arriviamo a tanto per un selfie, o semplicemente per dire: ho visto gli indios, nell’accezione più stereotipata del termine. Ma come abbiamo potuto deviare in questo modo il senso del viaggiare, dello scoprire, dell’imparare dal diverso.

Li ho seguiti nella loro intimità, nei momenti di pausa tra una scena e l’altra e  ho provato a rubare qualche foto che voglio mostrare per trasmettere quello che ho vissuto nel dietro le quinte: frustrazione, mortificazione, avvilimento, e vergogna. La consapevolezza di dover fingere per vivere deve essere umiliante, e lo sarebbe per chiunque. Una volta smessa la maschera del sorriso traspariva rabbia nei loro volti.

Ho comprato alcuni loro manufatti e sono andata via, ho abbandonato la guida che mi proponeva di unirmi ad un gruppo di pesca ai pirañas e mi sono addentrata in un piccolo pueblo alla ricerca di autenticità. Un piccolo villaggetto costituito da uno sparuto numero di casa costruite su alte palafitte in cui ovviamente non manca la piccola parrocchia, passeggio per l’unica strada che lo attraversa e mi imbatto in un gruppo di ragazzi che giocano amorevolmente con un piccolo bradipo che qui chiamano ‘oso perozoso’ gioco insieme a loro per qualche minuto e poi continuo la mia passeggiata, perdendomi, si fa per dire ovviamente, fra le casette del pueblo nel tentativo di scrollarmi di dosso la malinconia che l’incontro di prima mi ha trasmesso. Ci sono molti bambini qui nel pueblo, qualcuno mi sorride, altri mi guardano con diffidenza altri con il fastidio di chi è colto nella propria privacy.

sotto una palafitta, scorgo dei ragazzi che si contendono un foglio di giornale per guardarne con grande avidità, le immagini

oltre il loro divano, ehm volevo dire la canoa che li ospita, una mamma chioccia protegge i suoi cuccioli con grande apprensione da possibili predatori e qui dubito che ne manchino

questa scena oltre ad intenerirmi il cuore mi fa pensare a quanto bella è la natura, al fatto che non ho incontrato niente di quello che i volantini delle agenzie promettevano, perché niente di tutto questo può esserci in un luogo frequentato da turisti, gli animali per fortuna sanno dove rintanarsi per tenersi alla larga da occhi indiscreti ed io sono felice di questo. Ma perché promettere l’esotico, quando l’esotico è proprio la natura, per le sue autenticità, per la sua imponenza, per la capacità di regalarci spettacoli inimmaginabili oramai nelle nostre tristi città. Perché pagare per vedere gente che finge di essere altro quando la loro autenticità è la vera novità, l’esotico… viaggiamo molto ma non siamo più capaci di vedere quello che di più vero la natura può offrirci.

curiosità:

L’estratto del frutto di Bixa Orellana, contiene una percentuale di beta-carotene pari a 100 volte più alta quella della carota, pertanto favorisce la produzione di melanina, diminuisce il danno che il danno che gli UV possono causare, rende elastica la pelle, previene l’invecchiamento, non a caso è utilizzato nei cosmetici. La bixina, inoltre è considerato uno dei più importanti coloranti naturali impiegato nell’industria.

La Bixa Orellana viene anche chiamata ‘albero del rossetto’ perché l’annatto viene utilizzato per colorare le labbra delle splendide indios.

foto gallery

 

 

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