Arte in viaggio Sudamerica

Perù, la necropoli di Chauchilla a Nasca.

Il deserto di Nasca è da tutti conosciuto per i suoi misteriosi geoglifi, linee tracciate sul vasto altipiano chissà da chi e perché, ottenute togliendo le pietre contenenti ossidi di ferro in superficie in modo da creare un contrasto con il terreno sottostante. Allo stesso clima dobbiamo la preservazione di altri tesori: non lontano dalla città, infatti, si trova un altro grande e prezioso sito, la necropoli di Chauchilla.

Una trentina di chilometri verso sud-est e mi ritrovo in mezzo al deserto. Lungo la strada che mi porterà a Chauchilla una duna di sabbia lascia intravedere un certo numero di croci conficcate nella terra arsa dal sole, è un minuscolo cimitero cristiano, strana casualità, ma non è quello che sto cercando, per raggiungere la mia tappa devo inoltrarmi ancora.

Ed eccolo: nel bel mezzo del deserto, uno stretto viottolo delimitato ai lati da una fila di pietre porta alle tettoie che proteggono uno dei siti archeologici più suggestivi del Perù, la necropoli di Chauchilla.

Venne scoperta negli anni ‘20 del novecento e secondo molti studiosi appartiene alla cultura preincaica ica-chinca, presente secondo alcuni di loro fra il 500 e il 1500 d.C. Malgrado i ripetuti saccheggi ad opera dei tombaroli che hanno privato il sito di molti reperti, qualcosa si è potuto salvare ed oggi i turisti hanno la possibilità di visitare ben 12 tombe. Ma la cosa che rende straordinario il sito non è solo il fatto che le tombe sono a cielo aperto, ma che all’interno sono presenti i corpi, la cui mummificazione è stata favorita da quello stesso clima che ancora oggi le preserva.

Le sepolture furono realizzate con mattoni di argilla e chiuse con i tronchi di un arbusto nativo su cui venivano adagiate foglie di mais, terra e sabbia; sono per lo più quadrangolari, con qualche eccezione circolare. Alcune ospitano una sola mummia, altre sono condivise forse da nuclei familiari. I corpi venivano posti sul pavimento, e ai loro lati veniva collocato vasellame con il cibo che, secondo la visione religiosa andina, avrebbero consumato dopo la rinascita in un nuovo aldilà.

La cosa molto suggestiva di queste tombe è che i corpi sono stati lasciati nelle stesse condizioni in cui vennero sepolti originariamente: avvolti nei loro sudari, di cotone o lana; per alcuni studiosi a contenerli erano i fardi funerari, enormi contenitori di lino e cotone pressato, pesanti fino a 250 Kg. Una volta vestiti venivano collocati in posizione fetale, con le braccia incrociate sul torace, il mento appoggiato sulle ginocchia ed il corpo orientato verso est, dove nasce il sole, come vuole la tradizione pre-incaica.

Come per le linee di Nasca o come per il centro cerimoniale di Cahuachi, molto della civiltà pre-incaica è ancora da scoprire e lo studio delle mummie è ancora agli inizi: le notizie sono frammentarie e a volte discordanti, qualche studioso sostiene che il corpo veniva ricoperto da resina e il volto da una maschera. Un disegno può darci l’idea di come venivano fasciate le spoglie.

disegno A.H. Peters – Historia General del Perú di Rafael Moreno

Il clima asciutto del deserto di Nasca ha mantenuto le mummie in perfetto stato, alcune di loro hanno ancora la chioma lunga e fluente tipica delle donne peruviane.

All’interno del sito è stato creato un piccolo museo in cui trovano posto due mummie, un bambino e una ragazza, che hanno conservato intatte parecchie parti del corpo, fra le quali pelle e unghie.

Gli studiosi si sono interrogati parecchio sul colore dei capelli: è veramente insolito trovare una peruviana con una capigliatura rossa, anzi direi che è molto difficile, ancora oggi le vedi per le strade con le loro superbe trecce nere e lunghe che ciondolano sui loro generosi fondoschiena. Come spiegare allora le chiome vermiglie delle mummie? Sarà stato il tempo a dargli questa tonalità rossastra, in seguito ad un naturale scolorimento, o come afferma qualche studioso si tratta di una tintura a sfondo religioso, che vede tingere di rosso i capelli dei defunti.

Persino qui, nel deserto più arido del mondo, qualche volta piove: già nel 2007 un forte temporale spinse gli archeologi a chiudere il sito per lunghi mesi, e questa minaccia, insieme a quella dei roditori che lentamente sta danneggiando le mummie, presto porterà i responsabili del sito a sigillare le tombe con lastre di vetro. Il mio primo pensiero mi ha fatto sentire una delle ultime privilegiate ad averle viste così, nella loro integrità… o nudità, ma poi… tornando indietro, sono ripassata dal piccolo cimitero cristiano, che ora nel suo silenzio, nel suo apparente stato di abbandono, non sembrava più essere lì per caso, sembrava volesse dirmi qualcosa…

E’ un caso che gli uomini abbiano voluto riporre i loro cari defunti lontano dai centri abitati? Mi sono chiesta che differenza c’è fra me e il tombarolo che le ha aperte per saccheggiarle di tesori e vasellame, o il roditore che le divora lentamente per fame, o l’archeologo che le viviseziona per amore della scienza. Anche io mi sono avventata con avidità e ingordigia su quelli che un tempo erano persone, come se il tempo, che nel tempo diventa storia e quindi motivo di studio e per la gente comune di curiosità, li privasse del loro diritto primordiale: il riposo eterno? Il cimitero è un luogo sacro, tale lo abbiamo eletto in tutte le fedi e civiltà; che diritto abbiamo di profanarlo, è un diritto a scadenza? dopo mille anni perde la sua sacralità… e ancora una volta mi vergogno del mio essere turista, ho ancora molto da imparare per diventare una vera viaggiatrice.

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