Viaggi Senza Tempo

Varanasi, vita e morte inseparabili alleate.

Come la Mecca per i musulmani, è la meta di pellegrinaggio più importante per gli hindù, la città più sacra dell’India. Qui si concentra tutta la religiosità, la spiritualità ma anche le contraddizioni di questo paese, è Varanasi.

La città vecchia di Varanasi si adagia lungo la sponda occidentale del Gange, al suo interno un intricato labirinto di ‘gali’, vicoli strettissimi percorribili solo da motorini, persone e mucche. Attraversando queste stradine, nelle ore più calde della giornata, si viene investiti da un odore acre e pungente, talmente penetrante che stordisce quasi, sono i rifiuti lasciati per strada che iniziano a fermentare rilasciando il mefitico olezzo, apprezzato solo dalle mucche -i rifiuti sono il loro unico ed umile pasto del resto- che girando liberamente per le strade contribuiscono con i loro escrementi ad aromatizzare l’aria della città.quotidianità in uno dei vicolo della città vecchia

E’ uscendo da uno di questi vicoli, intontita dal caldo e dagli effluvi nauseabondi che imbocco la strada principale che porta al fiume… l’inferno forse è meno caotico: sembra che tutto il genere umano munito di relativo mezzo di trasporto -risciò, biciclette, motorini, ape, macchine-  sia confluito in questo viale. Non sento nulla, sono stordita e siccome qui le stranezze sono l’ordinario, girandomi per istinto, mi accorgo che sto per essere travolta da un carro trainato da buoi la cui sommità ospita la raffigurazione di una delle divinità della trimurti induista, che ho imparato a conoscere come Shiva il creatore, distruttore e rigeneratore del mondo.

Ripresami dallo sbalordimento realizzo che mi sono imbattuta in un corteo religioso dedicato a questa divinità. Il primo impatto è stato quasi ridicolo: un dio leopardato dal volto incartapecorito sedeva su di un trono la cui spalliera sembrava la testiera del letto di Wonder Woman e Captain America, con tanto di lampadine stile Broadway.

Di fronte a lui il dio Brahma, il creatore dell’universo, infagottato in una posticcia barba canuta, seduto accanto ad un vanitoso Krisna, una delle reincarnazioni di Vishnu, il conservatore. Tutti a bordo di una carrozza dorata trainata da due cavalli bianchi addobbati a festa.

In testa al corteo un gruppo di ragazzini, con grandi occhioni neri e denti bianchissimi, muniti di bandiere recanti l”Om’, che di ieratico non avevano nulla, anzi agitavano il simbolo più prezioso e caro all’induismo come un rivoluzionario  comunista lo sventolerebbe al ritmo di ‘El pueblo unido jamàs serà vencido’.

Rincorro il corteo, che si snoda incurante degli innumerevoli risciò, motorini e biciclette che lo sorpassano, e mentre cerco di evitare qualche malintenzionato che ha iniziato a seguirmi, continuo a pensare a quanto poco di spirituale ci sia in questa sfilata, mentre lo sfondo ipnotico del canto devozionale che ripete  ‘Om namah Shivay’  all’infinito, mi esaspera.

Nella foga di rincorrere il corteo non mi accorgo che il sole si è alzato di parecchio e i 45 gradi, uniti all’altissimo grado di umidità, mi fanno respirare a fatica. Un tremore mi sale dalle dita delle mani lungo le braccia, un sudore freddo affiora sulla mia fronte e sento il numero dei miei battiti aumentare improvvisamente, ma sfrutto male le mie ultime energie perché nel tentativo di cercare ombra e acqua inizio a correre e … sbagliato… ‘sbagliato’ continua a ripetermi Dinesh, la guida che ho ingaggiato per accompagnarmi sul Gange, spruzzandomi acqua in faccia ed invitandomi a bere nel tentativo di rianimarmi… ‘ho visto la luce’, la ‘rivelazione’, ora tutto mi verrà svelato e  potrò finalmente vedere quello che non sono riuscita a vedere prima, la spiritualità di questa città, il suo misticismo, la sua… un bel niente, vedo un limaccioso e melmoso fiume in cui la gente ci sguazza dentro, le donne vi lavano i panni e qualcuno si sciacqua dopo essersi insaponato per bene, ma insomma sono o non sono in quella che è ritenuta la città santa per gli induisti. Dinesh mi dà una pacca sulla spalla e mi aiuta a rimettermi in piedi e con un sorriso mi invita a tornare in albergo per riposare, a quest’ora il caldo è insopportabile pure per loro, mi invita a ritornare il giorno dopo all’aba.

Lungo la strada del ritorno immagini di venditrici ambulanti, sedute per terra, riparate da ombrelli di fortuna, nell’attesa di vendere una collana di fiori, mi ha riportata alla vera dimensione del luogo. Commetto sempre lo stesso errore, quello del turista che arriva e vuole capire attraverso la sua forma mentis e non riesce a calarsi in una realtà totalmente differente dalla sua. Ascolterò il consiglio di Dinesh, domani tornerò alle prime luci del mattino.

Non è ancora uscito il sole a Varanasi ed io sto per raggiungere la riva del Gange, le strade sono quasi deserte, qualche mucca qua e là ed un traffico silenzioso, quasi stento a credere di stare nella stessa città del giorno prima… ma non appena finisco di elaborare questo pensiero, alle mie spalle sento uno strano brusio, mi giro e vedo un’orda di persone che, come se si fossero dati appuntamento, a passo sostenuto, si dirige nella mia stessa direzione. Sono tutti diretti verso i Gaths, le gradinate che scendono nella riva occidentale del fiume e vi terminano all’interno.

Il sole deve ancora spuntare la poca luce e il silenzio ovattato rendono l’atmosfera quasi onirica, lungo la banchina sacerdoti, santoni, indovini, si preparano celebrare riti, recitare mantra, pregare le innumerevoli divinità di garantire loro la salvezza eterna.

Ma la grande massa di pellegrini qui viene per purificarsi nelle acque della grande ‘Madre Ganga’, così viene familiarmente chiamato il fiume. Secondo i dettami della religione, ogni induista deve recarsi, almeno una volta nella vita, a Varanasi per immergersi nel sacro fiume da 5 diversi ghat. Ed eccoli affollare i gradoni offrendo preghiere e fiori prima delle quotidiane abluzioni.

Si immergono più volte nel ventre di questa grande madre pronta ad accogliere i peccati dei suoi figli e a recare conforto alla loro anima che, purificata, è ora pronta ad affrontare le quotidiane tribolazioni. Finite le abluzioni, si ristorano abbandonandosi a fare il bagno nelle acque sicuramente fresche della ‘madre Ganga’, molti di loro raccolgono acqua in un recipiente e la portano in offerta agli dei del tempio.

Il Gange è considerato dall’induismo l’unico posto al mondo in cui le divinità permettono agli uomini, che qui trovino la morte, di sfuggire alla legge del ‘samsara’, l’eterno ciclo di morte e rinascita. Per questo motivo i santoni vengono a morire sulle rive del Gange. Su questi gradoni passano gli ultimi anni della loro vita, vivendo delle poche elemosine dei pellegrini, praticando una vita ascetica che attraverso la meditazione li porterà a raggiungere  il nirvana.Proprio perchè considerato il tramite più veloce per raggiungere il paradiso, è a Varanasi, nel Gange, che ogni buon induista vuole che vengano sparse le proprie ceneri. Mi preparo a navigare il fiume per raggiungere la parte più difficile del viaggio, devo trovare la capacità di spogliarmi di tutta la mia occidentalità, smettere di voler capire a tutti i costi e provare solo a sentire quello che accade davanti ai miei occhi. Le vive fiamme che ardono sulla riva opposta sono le pire della morte.Qui in ogni ora del giorno, in un ciclo incessante, le sacre fiamme accolgono i corpi provenienti da ogni parte dell’India, i corpi che i parenti più fortunati riescono a trasportare a Varanasi, i corpi dei più fortunati che possono permettersi la legna per l’intera cremazione o parte di essa. Non è raro infatti che alcune parti del corpo, come le ossa del bacino, le più dure a bruciare, vengano buttate direttamente nel fiume… sono le ossa di quelle persone le cui famiglie non hanno abbastanza denaro per comprare la legna necessaria a completare l’intera cremazione.

La cremazione dura 3 ore.Tutto il rito viene affidato alla casta degli intoccabili, e chi mai potrebbe toccare un cadavere se non un impuro. Sono loro che portano qui le spoglie, le immergono nel fiume sacro per la purificazione e poi li adagiano sulle pire. La legna viene venduta a chilo e quindi rigorosamente pesata su grandi bilance,  i parenti, solo i maschi ovviamente, le donne sono ammesse solo in casi eccezionali, possono scegliere, in base alle condizioni economiche, quale legno usare: se possono permetterselo, il sandalo è il più pregiato, altrimenti si accontenteranno del legno di mango sul quale viene cosparsa qualche manciatina di polvere di sandalo. Sarà il maggiore dei figli maschi della futura anima ad accendere il fuoco, dopo aver compiuto cinque giri attorno alla pira, e lo farà inziando dal capo, e tanto più è importante la persona tanto più vicino alla riva è il posto che gli spetta… qui la ‘livella’ non esiste, non siamo ancora nell’aldilà, e le rigorose leggi sociali vanno rispettate. Sempre secondo queste leggi, i santoni, le donne gravide e i bambini al di sotto dei 10, proprio perchè già puri non vengono cremati ma avvolti in un telo bianco e affidate direttamente alle acque.

Gli intoccabili non hanno scelta nella società indiana, non ereditano solo la casta ma anche la professione, pertanto da secoli sono loro che regolano gli affari del ‘fuoco’, e anche bene. Qui ogni giorno si erigono più di 100 pire, con un consumo di circa 10 quintali di legna a pira per un costo di 100 rupie, circa un euro e mezzo al quintale… c’è gente che non può permettersi 15 euro di legna per onorare i propri cari… beh se si pensa che a questo va aggiunto il fuoco sacro, la fiamma che arde nel tempio, si dice da 3000 anni, il cui costo si aggira intorno ai 25 euro capirete che è una vera fortuna per un cittadino di umili condizioni. Dunque sono ricchi questi becchini, eh no! la mafia organizzata non si è fermata in occidente: i soldi vanno a finire nelle tasche di un ricchissimo ‘capo’… intoccabile pure lui, ma in un altro senso.

Navigare questo lembo di fiume è come veder scorrere il divenire: la vita e la morte, inseparabili alleate, fluiscono davanti a me. La gente si immerge in queste acque di morte per cercare la purificazione, i pescatori continuano a catturare il pesce in questo fiume che ospita i corpi, le ceneri e le ossa di migliaia di anime, perchè cercano sostentamento, la vita. Ed ora che mi sono spogliata delle mie vesti da occidentale non faccio fatica a pensare che se fossi altrettanto povera come questa gente non esiterei a rimboccarmi le maniche e allungare la lenza in questo fiume per sfamarmi e subito dopo affidarmi alle cure spirituali di qualche divinità che mi aiuti a digerirne le sostanze.

Il sole si alza e i gaths si svuotano, fra qualche ora qui sarà deserto e quando il sole tramonterà si ripopolerà per assistere ad un’altro grande momento della giornata, la Ganga Aarti. Tutti i giorni al tramonto di fronte al fiume 12 Pandit, religiosi e studiosi di sanscrito, danzano recitando inni sacri al fiume. Alla cerimonia si assiste da terra, ma molti induisti preferiscono viverla sulle acque della ‘grande madre’ per affidarle delle fiammelle che rappresentano i propri desideri, degli stoppini imbevuti di olio purificato e circondato da fiori. Quanto più lontano la corrente riuscirà a portare la fiammella, tanta più prosperità potranno sperare di avere.

Varanasi, la chiamano ‘il ventre di Shiva’, a me il dio Shiva del suo ventre ha mostrato le viscere, budella nauseabonde in cui la vita fatta di povertà, di gente che pesca in un fiume letale, di storpi, di animali macilenti, di santoni in meditazione che dopo lo scatto ti allungano la mano per avere in cambio denaro, si oppone alla morte, alle sacre fiamme che come le piccole fiammelle abbandonate alle morbide onde del fiume ti lasciano sperare che un desiderio assoluto si compia: che dopo il tribolo della vita vi sia la pace, la serenità dopo la morte, e questo non é un principio unicamente orientale né occidentale, è universale.

 

Curiosità: le ceneri di George Harrison, per desiderio dello stesso artista, sono state gettate nelle acque del Gange.

fotogallery