Arte in viaggio

Ait Ben Haddou, una location da oscar

Lasciata Telouet mi reimmetto sulla strada sterrata che mi porterà a Ouarzazate. Sto attraversando la valle dell’Ounilla, il suo colore rosso tipico delle regioni pre-sahariane è uno spettacolo per gli occhi.

Avanzo lungo una delle sponde che delimitano un canyon. Lungo la lingua marrone del fiume limaccioso emergono piccole oasi verdi che si alternano a grandi distese di roccia brulla e arida. verso OuarzazateIl paesaggio prende vita quando attraverso minuscoli villaggi berberi le cui caratteristiche costruzioni in terra e paglia sembrano prendere fuoco sotto i raggi del sole calante. I pastori stanno rientrando con le loro greggi e non è difficile incontrare sul ciglio della strada intere famiglie che a dorso di mulo fanno rientro a casa. verso OuarzazateIl sole sta per tramontare, e tutto ha un’aria di relax, come se dopo una lunga giornata di lavoro la gente si dedicasse le ultime ore del giorno per scrollarsi di dosso la fatica: bambini giocano a pallone, donne sedute sugli scalini delle loro abitazioni si intrattengono con le vicine di casa; ma la cosa che più mi ha emozionata è stato il fatto che tutti, ma dico tutti erano rivolti verso il sole, chi da solo, chi in gruppo, come se aspettassero qualcosa, forse era un momento di preghiera, o un momento di meditazione, ma la cosa che più mi ha colpita è stata l’unanimità del gesto, come se tutti avessero un appuntamento con l’ultimo raggio di sole.verso Ouarzazate, al tramontoSto per raggiungere Ouarzazate. Molte guide la chiamano romanticamente ‘la porta del deserto’ ed io mi ero già preparata ad attraversare le dune del Sahara…e invece non è così, il deserto di sabbia è ancora molto distante da qui, ma questo non toglie nulla al paesaggio che mi si presenta davanti agli occhi. Non so descrivere precisamente il colore delle rocce, man mano che lo attraverso,  e a seconda della luce si colorano di rosa, rosso, arancione, in alcuni casi viola.OuarzazateGiunti qui il primo pensiero va al vicino Sahara, ma inutile illudersi, per vedere il deserto di dune bisogna prima raggiungere M’Hamid a circa 260 chilometri, che tradotti in tempo sono circa 4 ore. Per i turisti che non hanno tempo e non vogliono lasciare il Marocco senza aver visto le dune e senza aver provato il brivido del giro in groppa ad un cammello c’è la vicina Tinfou, dove ad attenderli ci sono due alte dune che sembrano non essere finite li per caso, con annesso accampamento berbero, anch’esso lì non per caso.

Da Ouarzazate si può raggiungere la valle del Dadès ad est oppure si può scendere verso sud e attraversare la valle del Drâa. Tutta questa regione ospita uno dei maggiori patrimoni architettonici in terra cruda. Circa 300 villaggi di origine berbera chiamati ksur  ed una miriade di kasba. Le kasba erano delle case-fortezza appartenenti a quelle facoltose  famiglie che amministravano, proteggevano e dominavano il territorio, un esempio fra i più preziosi è quella dei Glaoui di Telouet.

Costruiti non prima del XVII secolo, questi ksur, interamente realizzati in terra cruda, stanno a testimoniare  conoscenze e  competenze tecniche accumulate e tramandate negli anni, un’ingegnosità che ha permesso alle popolazioni di adattarsi e proteggersi dagli elementi più duri del clima pre-sahariano: il caldo e le tempeste di sabbia.  La vera arte stava nel saper scegliere la terra: una pietrosa ma friabile che si raccoglieva ai piedi delle montagne, per i muri portanti, mentre per i muri secondari una terra argillosa di natura alluvionale che si estraeva nei palmeti. Degli innumerevoli ksur io voglio visitarne uno a 30 chilometri da Ouarzazate: quello che ha fatto da sfondo a molte delle pellicole ambientate in Marocco, lo ksur di Ait Ben Haddou.

Ait Ben Haddou
Ait Ben Haddou si riflette sul fiume che da il nome a tutta la valle: Ounila.

Adagiato su di una collina per proteggersi dagli attacchi di tribù nomadi, domina tutta la vallata circostante per la sua posizione. Grazie al cinema, che lo ha eletto set ideale per le ambientazioni africane e mediorientali, è riuscito a preservare tutta la sua autenticità, tanto che ancora oggi i pochi abitanti non possono usufruire dei vantaggi della corrente elettrica: fili e tralicci sono banditi dal paesaggio. In passato è stato uno dei tanti posti di scambio sulla rotta commerciale che collegava  il Sudan a Marrakech, passando dalla valle del Dra e il Passo Tizi-n’ Telouet.Ait Ben HaddouRappresenta una sintesi perfetta di tutti gli elementi architettonici che componevano una roccaforte berbera: al suo interno una moschea, una piazza pubblica, un caravanserraglio, un cimitero musulmano ed uno ebreo ed infine un santuario dedicato a Sidi Ali. iI granaio, chiamato agadir, era nella parte più alta per immagazzinare e conservare le derrate in previsione di lunghi periodi di siccità.Ait Ben HaddouAncora visibili, le mura sono decorate con motivi berberi, a rilievo o incisi. Il rivestimento ad intonaco, fatto di fango e paglia,  serviva ad assicurare una migliore conservazione contro l’acqua, il nemico più grande di queste fortezze tanto che in alcuni casi gli attacchi avvenivano deviando il corso d’acqua per danneggiarne le basi.

Ait Ben HaddouAttualmente nello ksur abitano solo quattro famiglie, riuscire ad individuare gli autoctoni fra i tanti venditori del bazar non sarebbe stato facile per me, ma sono stati loro ad individuare me. Con la modica cifra di 10 dirham mi propongono di passare attraverso le loro abitazioni per arrivare a dei punti panoramici altrimenti inaccessibili. Sono stati loro a farmi notare un grande nido di cicogne sopra una delle torri, e poi è sempre un piacere avere a che fare con dei divi del cinema, tutti infatti hanno partecipato, come comparse, ai vari film che sono stati girati in questo straordinario set naturale.

Ait Ben Haddou
Ait Ben Haddou, nido di cicogne

Una guida che mi si è proposta mi ha spiegato che gli edifici  sono molto vulnerabili perché manca quella manutenzione regolare che hanno tutte le case abitate e questo è dovuto all’abbandono da parte dei suoi abitanti. Ma allo stesso tempo a tutelare la conservazione ed il restauro del patrimonio c’è un ente, il CERKAS (Centro per la conservazione e restauro del patrimonio architettonico di atlante e sub-atlas zone), che monitorizza  il rispetto per l’integrità visiva della fortezza. Io che per tendenza sono molto diffidente credo invece che sia la grande potenza dell’industria cinematografica a garantire che questo posto resti in perfetto stato. Da anni registi da tutto il mondo hanno trovato in tutta la regione un set impareggiabile.

Ait Ben HaddouQui, grazie alla magia del cinema e alla versatilità del paesaggio, il Marocco a seconda delle esigenze diventa Palestina, Spagna, Arabia Saudita e India, un tesoro per molti registi, tanto che nella vicina Ouarzazate, da molti considerata la mecca del cinema in Marocco, l’Hollywood africana, sono stati creati gli Atlas Film Corporation Studios e la più giovane CLA Studios (fondata nel 2004 dall’imprenditore marocchino Saïd Alj e da una partnership fra Cinecittà Studios, Dino De Laurentiis).
Ait Ben Haddou

 

Fra le tante produzioni che hanno utilizzato il territorio

Gesù di Nazareth di Zeffirelli

Il Gladiatore di Ridley Scott

Sodoma e Gomorra di Orson Wells

Il Gioiello del Nilo di Lewis Teague

Lawrence d’Arabia di David Lean

L’ultima Tentazione di Cristo di Scorsese

Il Tè nel Deserto di Bertolucci

Edipo re di Pasolini

L’uomo che volle farsi re di John Huston

Kundun di Martin Scorsese

La mummia di Stefan Sommers

Alexander di Oliver Stone

Le crociate di Ridley Scott

Prince of Persia di Mike Newell

Presso la Atlas Film Corporation Studios sono possibili delle visite guidate. Con un biglietto di 50 dirham, pari a 5 euro ci si può perdere nei set di Kundun, Le Crociate, Lawrence d’Arabia e Guerre stellari.

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